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Salvo

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Salvo
un film di FABiO GRASSADONIA e ANTONIO PIAZZA
ROMA, KOCH MEDIA, 2014

TRAMA
Salvo, killer di mafia a Palermo, uccide il fratello di Rita davanti a lei. La ragazza è cieca dalla nascita, ma il drammatico evento è causa di un miracolo: Salvo, disturbato dagli occhi di Rita che lo fissano senza vederlo, li chiude con le mani coperte di sangue e quando lei li riapre vede per la prima volta. Da quel momento i due vivranno isolati in un magazzino abbandonato, ma la nuova situazione li renderà consapevoli del bisogno di una vita diversa e libera per entrambi. Ma niente potrebbe essere più pericoloso...

   
CRITICA
"II vero successo italiano a Cannes, nell'edizione 2013, è questa opera prima a due firme coprodotta con la Francia. Tra poliziesco, storia d'amore, western e dramma sociale, un film quasi senza parole (le battute di dialogo si contano sulle dita) ma che parla il linguaggio del cinema: comincia con una semi-soggettiva di venti minuti - tanti ne passano prima che il volto del protagonista ci sia svelato - e prosegue con inquadrature accuratissime (la fotografia è di Daniele Ciprì), rumori d'ambiente importanti quanto le immagini, ellissi e reticenze non indegni del cinema di Jean-Pierre Melville." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 27 giugno 2013)

"Una coppia di giovani palermitani col desiderio di fare un film, allenati dal lavoro su sceneggiature e progetti altrui, vince il Solinas con una storia di mafia che piace a due produttori, tra cui Fabrizio Mosca (sì, il produttore de 'I cento passi'), trova interlocutori nazionali (il Torino FilmLab) e internazionali (tra gli altri Arte), riesce a girare il film che arriva a Cannes, nel cartellone della Semaine de la Critique, senza distribuzione conquista il Gran Prix. La critica di tendenza d'oltralpe impazzisce, 'Libération' in testa, e sì che verso il cinema italiano sulla Croisette non sono mai troppo teneri (non è solo Sorrentino che mal digeriscono). (...) Salvo non è un film «di» mafia, magari è un film dentro la mafia o con la mafia, senza riferimenti cinefili o di citazione del genere. Non siamo nel 'Padrino' o in 'Good Fellas', Grassadonia e Piazza provano a ricreare l'universo mafioso fuori da questi codici, affidandolo a una partitura sonora costruita sui rumori degli ambienti, e alla performance più che alle psicologie dei protagonisti, i cui corpi attraversano spazi fisici e emotivi interni e esterni. Saleh Bakri, un po' Schwarzenegger e moltissimo il padre, il grande attore palestinese Mohamed Bakri, che al mondo e ai malavitosi oppone una sola rigida espressione, e Sara Serraiocco, che forse esagera un po' nello strabuzzare occhi e mani quando recita la cieca, nel corpo a corpo invisibile in piano sequenza col killer. Entrambi animaleschi, senza parole, solo un sentirsi reciproco di paura, diffidenza e attrazione che li fa esplodere dall'interno. Intorno a questo nucleo i registi costruiscono la loro trama, orchestrata dal montaggio di Desideria Rayner, che procede per sottrazione. Una Palermo anonima e volutamente straniata, di cui la fotografia (molto felice) di Daniele Ciprì illumina i lati degradati e marginali, quasi un paesaggio da western all'italiana (quello che piace a Tarantino), fiabesco e surreale. Come il teatrino familiare, di complicità ribelle maschia-omoerotica tra Salvo e il suo padrone di casa, marito silenzioso e succube (Luigi Lo Lascio) di una donna (l'unica altra presenza femminile in quell'universo di uomini) megera. Dalla violenza al miracolo, passando per il melò d'autore di un amore inconfessabile, la scommessa dei registi è quella di spostare l'iconografia «mafiosa», e il racconto della realtà, su un altro piano, dove dal gesto eclatante (lo hanno definito anche «l'anti-Gomorra») si passa al quotidiano di complicità e accettazione, di piccoli favori e ipocrisie, di occhi che non vedono come quelli di Rita perché non vogliono vedere, e se vedono finisce il mondo. E' la realtà, attuale, dentro e fuori lo schermo, conflitto di sussulti e di consapevolezze necessarie, che molto dice sul mondo a cui i due registi fanno riferimento, assai poco letterario, e così «vero» nella sua dimensione magica. Mare e cielo qui non hanno niente di poetico, sono inquinati come le apocalissi che Ciprì ai tempi di Cinico tv distillava nelle immagini di un'umanità non più umana, post apocalittica forse, o sopra la quale l'apocalisse era passata nell'indifferenza e nell'apatia. Lì però c'era un fondo disperato e viscerale che qui si ha l'impressione che manchi. Non solo per impacci narrativi o di messinscena, che anzi sono vitali in un «oggetto» eccentrico come è questo nel nostro cinema. 'Salvo' sembra rispondere alle logiche «artie» che da qualche tempo indirizzano il cinema indipendente mondiale sviluppato nei FilmLab del mondo (spesso curati dalle stesse persone). Che, appunto, è un bene abbia trovato qualcuno capace di farne uso anche in Italia, ma che rischia di diventare a sua volta una formula troppo di stile nelle imperfezioni." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 27 giugno 2013)

"Applaudito vincitore della 'Semaine de la Critique' di Cannes, il film dei palermitani Fabio Grassadonia e Antonio Piazza è un dramma, ma riscattato da un'idea di speranza; è una storia calata in un contesto mafioso ma priva di connotazioni folcloristiche o ambizioni di denuncia; è un'opera giocata di sfumature psicologiche, ma con una forza antropologica da fiaba arcaica. (...) Nel capannone abbandonato (...)sboccia fra le due anime solitarie un rapporto di complicità che si concretizza in densi silenzi e sguardi che mai si incrociano, fino all'inevitabile resa dei conti sotto un sole abbagliante. Il palestinese Saleh Bakri presta a Salvo il suo volto impenetrabile, Sara Serraiocco è una vibratile Rita, efficace la cornice scenografica di Dentici, incisiva la fotografia di Ciprì." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 27 giugno 2013)

"La notizia è che è uscito: 'Salvo' è stato la rivelazione italiana del recente Festival di Cannes, e in quel caso tutti ci eravamo lamentati che un simile film, selezionato alla Semaine de la Critique, pluripremiato e già pronto all'uscita nelle sale francesi, non avesse uno straccio di distribuzione italiana. A tale scempio è stato messo riparo, e ora 'Salvo' arriva nei cinema in un momento della stagione per altro infame, in cui la gente pensa già alle vacanze e solo i filmoni hollywoodiani hanno qualche speranza di farla franca. (...) 'Salvo' è il manzoniano vaso di coccio tra vasi di ferro, ma chissà che non trovi comunque un suo pubblico. Lo meriterebbe, anche per le sue qualità spettacolari: Piazza e Grassadonia, i due registi-sceneggiatori, non sono due pensosi intellettuali, ma due cinefili che hanno riversato nel film tutti i loro amori. Il film comincia con una sequenza d'azione che potrebbe essere uscita da una delle tante 'Piovre', o da un poliziesco di John Woo; prosegue con un tono da realismo magico, ha momenti di commedia grottesca e finisce con uno «showdown» alla Sergio Leone. Troppa roba? Forse. Se 'Salvo' ha un difetto, è la discontinuità: ma le tante anime che in esso coesistono sono altrettante scommesse stilistiche che alla fine Piazza e Grassadonia riescono a chiudere, e quindi a vincere. Il titolo è bello perché ambiguo: «Salvo» è un nome, ma è anche un aggettivo e, volendo, un verbo (prima persona singolare di «salvare»). Salvo è un killer di mafia che in un certo senso «salva» Rita, la sorella delle sue vittime, e quindi rende «salvo» anche se stesso. (...) Film sulla mafia fuori da ogni cliché, magari imperfetto ma estremamente vivo e stimolante." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 27 giugno 2013)

"Esordio di Piazza e Grassadonia, 'Salvo' ha stravinto la Semaine de la Critique di Cannes e arriva in sala dopo le colpevoli titubanze della distribuzione nostrana: meglio tardi che mai. Ottima la fotografia di Daniele Ciprì, interessante la riflessione sul 'vedo - non vedo' che unisce e divide i due protagonisti, a fuoco la drammaturgia sensoriale e il milieu mafioso, 'Salvo' sa minimizzare, se non occultare, le proprie debolezze: dalla macchiettistica presenza di Luigi Lo Cascio (padrone di casa del killer) alla sceneggiatura che cala insieme al pathos nella seconda parte. Insomma, i miracoli accadono: non solo nei film, ma dei film. Salvo subito?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 27 giugno 2013)

"E' una fortuna che un film particolare come 'Salvo' riesca a trovare spazio distributivo in Italia. Se lo merita tutto e non solo per i due premi vinti a Cannes nella Semaine de la Critique. E' un'opera prima ma possiede tutte le caratteristiche di una pellicola matura. Sembra un film di mafia ma in realtà attraversa vari generi che spaziano dal noir al dramma, dall'horror allo spaghetti western. Batte bandiera italo-francese ma con essenze americane e ampie contaminazioni orientali. I registi Fabio Grassadonia e Antonio Piazza non hanno paura di confrontarsi con il cinema di qualità, eccedendo a volte in qualche periodo morto ma non inficiando l'ottima impressione visiva. (...) Finalmente una pellicola che spazza via l'idea stereotipata che tanti sceneggiati ci hanno trasmesso della povera Sicilia. I dialoghi, soprattutto nella prima parte, sono ridotti al minimo. A parlare sono i corpi, anzi gli occhi dei due strepitosi protagonisti, Saleh Bakri e Sara Serraiocco, capaci con uno sguardo, una espressione, un tocco lieve della mano, di trasmettere sensazioni claustrofobiche, rabbiose, sottomesse. Così come le figure di contorno (Luigi Lo Cascio), preziose e spiazzanti. Durasse quindici minuti di meno, sarebbe perfetto. Anche così, però, è davvero un gran gioiello." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 27 giugno 2013)

"Piacerà a chi magari prova una certa diffidenza per i film di esordienti italiani. Bene, qui non è il caso di diffidare. Manfredonia e Piazza hanno talento e idee. Come si sono accorti anche gli spettatori dell'ultimo Cannes Festival." (Giorgio Carbone, 'Libero', 27 giugno 2013)

"Applausi convinti hanno accolto il primo film italiano sulla Croisette, 'Salvo', di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza (...). La scommessa dei due registi è quella di fondere uno stile ultra-realista, con lunghi piani sequenza che pedinano il protagonista (molto bello quello del suo ingresso nella casa dell'uomo da uccidere), a una lettura «magica» della realtà, dove l'amore finisce per superare la crudeltà del mondo e, come nel toccante finale di 'Lucky Star' di Borzage, la forza dei sentimenti riesce a superare i limiti del corpo. Ieri (era il 1929) per introdurre l'happy ending, oggi per aprirsi almeno verso la speranza di un riscatto." (Paolo Mereghetti, 'Il Corriere della Sera', 17 maggio 2013)

NOTE
- REALIZZATO CON IL CONTRIBUTO DI: MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI-DIREZIONE GENERALE PER IL CINEMA, FILM COMMISSION REGIONE SICILIA, TORINO FILMLAB, CON IL SUPPORTO DI EURIMAGES E MEDIA PROGRAMME.

- GIRATO IN SICILIA (PALERMO/ENNA).

- GRAND PRIX NESPRESSO E PRIX RÉVÉLATION FRANCE 4 ALLA 52. SEMAINE DE LA CRITIQUE (CANNES, 2013).

- CANDIDATO AI DAVID DI DONATELLO 2014 PER: MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE, PRODUTTORE, DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA E SCENOGRAFO.

- NASTRO D'ARGENTO 2014 PER LA MIGLIOR FOTOGRAFIA. LE ALTRE CANDIDATURE ERANO: MIGLIOR REGISTA ESORDIENTE, PRODUTTORE E SCENOGRAFIA.


da cinematografo.it